Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione.

Una citazione del celeberrimo Alcide Degasperi per aprire questa mia riflessione. Credo che sia applicabile anche al giornalismo italiano e, in particolare, alla galassia di tutte le testate e testatine locali.
Più volte mi è stato chiesto se tra i difetti dell’informazione vi è senz’altro qualcuno che abbia un peso maggiore rispetto agli altri. Cos’è più dannoso, specie nel lungo termine, trattare un argomento sbagliando totalmente approccio oppure non trattarlo proprio? Secondo alcuni, questi deficit sono ponderabili in egual misura. Secondo me, parlare di un argomento, specie se di attualità e molto delicato, in maniera errata, è molto peggio che glissare tout court la discussione.
Nel medio e lungo periodo, il primo diventa un errore marchiano: non vi è ulteriore dubbio che a quel momento non si possa più discutere dell’asineria del giornalista (o dei giornalisti) oppure della totale malafede nel voler riportare gli avvenimenti a proprio uso e consumo. Il secondo è quantomeno più scusabile: vi si può associare un dubbio in buona fede. Ossia, che quella redazione o quell’ensemble accordata di operatori dell’informazione non sia in grado o non se la sia sentita, per manifesta inferiorità argomentativa o per un deficit di conoscenze individuali e collettive, di esporsi alla luce del sole con una posizione che risulterebbe inficiata dalla scarsità di informazione di chi opera nel settore.
Se adottiamo l’assunto che l’utenza finale è sovrana nella scelta delle pubblicazioni che desidera per informarsi, premiando quelle testate con una maggiore vendita / distribuzione, una via di mezzo, per ripagare il destinatario, potrebbe essere quella di scrivere del fatto o dell’argomento per linee generali, tralasciando le vie particolari. E’ una forma di giornalismo spicciola, se vogliamo, ma può essere necessaria per soddisfare l’esigenza informativa del pubblico senza rischiare di suciarse la cara con semplici affermazioni o con interi impianti d’indagine cognitiva del tutto sbagliati. Del tutto particolare è anche l’aspetto storico: ossia, parlare in maniera dettagliata di eventi in corso a volte può essere sbagliato, specie se alcuni di essi, a distanza di anni, possono ripresentarsi in una prospettiva del tutto ribaltata. Alcuni fatti possono essere dipinti, in assenza di un’accertata verità cronologica, come catastrofici (è il rischio che si corre quando ci si pone all’attenzione del lettorato come salvatori della patria e censori del buon costume giornalistico).
Fare il giornalista, quindi, è un lavoro sconsigliato e sconsigliabile. La controindicazione è quella di essere nell’occhio del ciclone. C’è da essere statisti, quindi, non facili demagoghi della verità informativa, specie quando si pensa che questa possa essere indipendente dal contesto in cui i giornalisti, a prescindere dalla loro reale capacità di compiere il proprio dovere (è un mestiere, il giornalismo deve essere azienda oltre che vocazione), si trovano ad operare. Pensare un giornalismo del tutto scevro dall’ambiente circostante è quantomeno folle; immaginare di cambiarlo dalla sera alla mattina senza un processo graduale di catarsi che coinvolga tutto il sistema Italia è una pazzia, destinata al pasto di qualche superficiale che ancora vi crede. Per cercare di essere più chiaro, approfondirò questo aspetto in seguito.