Storie di vita. Storie di ordinaria povertà intellettuale.
Mi perdoneranno i miei amici lettori che probabilmente si aspettano l’ennesimo post politico, o qualcosa di simile. Questa volta no, questa volta si scende in una sfera, per così dire, più intimistica e in una visione del mondo più legata alle piccole cose.
Succede ogni tanto di addentrarsi in questo campo minato, che assurge a petrosa landa dei pensieri più reconditi. Succede di avere a che fare nella tua vita con delle bizzarrie intellettuali che ti costringono ancora una volta a declinare diversamente, con una spigolatura differente, il paradigma dei valori cardine della parabola della tua esistenza.
Succede di dover prendere, proprio in un momento di debolezza, quelle bizzarrie come nuovi, fondamentali, teoremi del vivere comune, del vivere insieme. Succede di farsi trasportare da una musica così inebriante che giureresti che contenga l’elisir di lunga vita, e invece una volta sceso tra i comuni mortali ti accorgi che era solo un vino un po’ più dolce che più dolce non si può.
Succede di voler volare, di non aver paura di cadere. Succede di impantanarsi nella propria vita, pur di difendere il paradigma faticosamente conquistato con i denti. Succede tutto, quello che forse neanche da te stesso ti aspetteresti.
Per fortuna, e si badi bene che è proprio una fortuna, succede poi che una punta di spillo ti pizzica con quel fare fastidioso. E allora scopri che quell’angolo di paradiso che ti sei scolpito in uno spazio della tua vita altro non è che una mefitica porta verso l’ennesimo inferno. Che quel volo durante il quale non hai paura alcuna di precipitare, non è altro che l’anticamera della fine del povero Patrick De Gayardon. Che sei sempre te stesso, ma ti accorgi che aver creduto in un nuovo modello (nel senso matematico) di descrizione della realtà non ti avrebbe portato da nessuna parte se non ad essere la brutta copia di come invece vorresti vederti ogni mattina di fronte allo specchio.
E arrivi persino a benedire il temporaneo dolore della punta di spillo. Perché fonte di un nuovo orizzonte, acqua pura che resterà accanto a te nel prosieguo del tuo cammino, proprio dentro la bisaccia. E capisci che intestardirsi per dimostrare qualcosa non porta da nessuna parte perché quel teorema non lo dimostrerai nemmeno per assurdo.
E, tanto per concludere, quando ti chiedi, proprio come Silvio Muccino nell’omonimo film, “Che ne sarà di noi”, usando il pronome alla prima persona singolare, ti rispondi: “Non lo so”. Fidati, quella tua indecisione è l’inizio di un nuovo tratto di strada.
E’ l’inizio di un nuovo patchwork.
Tutto ritorna al suo posto.
Grazie, spillo.
0 Risposte a “Storie”